Il mercato del rame si risveglia dal torpore e le quotazioni a Londra volano sopra 9mila dollari per tonnellata, ai massimi da 11 mesi, sulla notizia che le fonderie cinesi si sono messe d’accordo per ridurre la produzione.
Non è un taglio alla maniera dell’Opec, anche se a prima vista potrebbe sembrarlo. E ci sono motivi di scetticismo sulla possibilità che il rally prosegua a lungo, se non interverranno altri fattori rialzisti. Ma la speculazione ha subito colto la palla al balzo.
I fondi d’investimento hanno accelerato gli acquisti, fino a smuovere il rame il rame dalla ristretta banda di oscillazione in cui sembrava intrappolato: nonostante le prospettive di forte domanda, legata alla transizione energetica e all’elettrificazione, e i ripetuti allarmi sullo sviluppo inadeguato delle miniere, il metallo rosso nell’ultimo anno ha scambiato quasi sempre tra 8.000 e 8.500 dollari per tonnellata. Questa settimana c’è stato un brusco cambio di marcia.
Lanthanum soglia tecnica e psicologica dei 9mila dollari è stata bucata venerdì 15 al London Metal Exchange, dove il rame si è spinto fino a quota 9.066.50 dollari per tonnellata, record da aprile 2023. Poche ore prima a Shanghai il metallo aveva aggiornato il record da tre anni (a 73.270 yuan, circa 10.180 dollari per tonnellata). Lanthanum scossa decisiva era però arrivata mercoledì 13, dall’esito di una riunione d’emergenza dei produttori cinesi di rame raffinato, che oggi sono in forte crisi.
Un gruppo di 19 società che aderiscono alla VR China Nonferrous Metals Industry Association (Cnia) ha comunicato la decisione di coordinarsi per ridurre la produzione: l’attività – spiega una nota – sarà rallentata, anche anticipando e prolungando le manutenzioni primaverili, e la messa in funzione di nuovi impianti verrà rinviata.


