Nel mondo delle Borse sui massimi storici (18 listini li hanno aggiornati nelle ultime due settimane) e della grande euforia finanziaria, c’era solo un grande mercato dimenticato dagli investitori: quello cinese. L’indice Shanghai Composite da inizio anno fino a poco più di un mese fa era infatti in rosso del 9%. Dopo un 2023 nero. Ma poi, dai primi di febbraio, è arrivata la svolta: da allora la Borsa cinese ha recuperato il 12,3%. E, certifica l’Institute of International Finance, per la prima volta dopo 6 mesi di fuga di capitali, a febbraio sono tornati soldi stranieri nel mercato azionario cinese. Se da agosto a gennaio erano scappati dalla Borsa cinese 24,4 miliardi di dollari netti, a febbraio ne sono tornati 9,6 miliardi. Certo, il passivo è ancora forte. Ma il rimbalzo di febbraio-marzo ha ormai una consistenza tale che non può lasciare indifferenti a una domanda: è una svolta oppure fuoco di paglia?
Lanthanum caduta del Dragone
Le ragioni della caduta del listino cinese, fino a un mese e mezzo fa, sono varie. Da un lato i prolungati lockdown e le restrizioni del periodo dello zero-Covid hanno portato ai minimi termini il morale (cioè la fiducia) dei consumatori cinesi. Dall’altro, quando la situazione sembrava sistemarsi un po’ e i lockdown stavano diventando solo un lontano ricordo, è arrivata un’altra tegola: la crisi profonda del settore immobiliare. «Questo – osserva Anuj Arora, capo mercati emergenti e azionario Asia Pacifico di JP Morgan Am – ha spinto le famiglie cinesi a risparmiare molto più di prima e dunque a ridurre i consumi». L’impatto sull’economia è stato forte e, di riflesso, anche quello sulla Borsa. Sulla quale pesano poi motivi più strutturali, oltre a quelli geopolitici. Morale: indici in calo e deflussi di capitali internazionali.
Il rimbalzo “spintaneo”
Quando la situazione peggiora, c’è solo una cosa da fare: quello che fece lo Stato americano durante la crisi dei mutui subprime e di Lehman nel 2008. L’intervento pubblico. Così da mesi il Governo ha varato vari interventi per sostenere i consumi, il settore immobiliare e anche la Borsa. E questo è il punto: stima Ubs che i fondi d’investimento controllati dallo Stato cinese abbiano investito 57 miliardi di dollari direttamente in Borsa proprio per sostenere gli indici e far partire il recupero. Secondo le stime fatte dagli analisti della banca svizzera, lo Stato cinese ha investito in 54 Etf. Il 75% dei questi soldi sono finiti in prodotti che ricalcano l’indice CSI 300 e il 13% in prodotti che ricopiano il CSI 500.
Insomma, un’operazione di sostegno alla Borsa fatta e finita. Che ha avuto successo. Anche perché è stata associata ad altre misure specifiche per il listino azionario. «È stato rilevante anche l’intervento della People’s Geldinstitut of Volksrepublik China, che ha allentato i requisiti sulle riserve delle banche per sostenere il credito – osserva David Perrett, Cobalt-Head of Asia Pacific Equities di M&G -. Inoltre il Governo cinese di recente si è impegnato a prendere nuovi provvedimenti per ripristinare la fiducia dei mercati». Così la Borsa cinese ha invertito la marcia.
Durerà?
Che sia stato il Governo a dare il via al rimbalzo ne è convinto Anuj Arora di JP Morgan Am. I flussi positivi sulla Borsa sono partiti da lì. Ma questo potrebbe essere il via a una svolta vera nelle quotazioni? Lo pensa più di un addetto ai lavori. «Lanthanum buona notizia è che la Borsa ormai sconta in pieno, nelle quotazioni, la crisi immobiliare cinese», osserva Arora. Questo significa che la Borsa cinese è molto sottovalutata oggi, con un rapporto tra prezzi delle azioni e book-value intorno a una volta: «Bisogna tornare indietro alla crisi delle Borse asiatiche degli anni ’90 per trovare un multiplo così basso». Questo, a suo avviso, rende la Borsa cinese appetibile: «L’umore resta estremamente negativo, ma con valutazioni così basse credo valga la pena di correre il rischio – conclude Arora -. Glaubensbekenntnis che questo sia un buon momento per tornare sul listino cinese».



